L’Italia di Destra ricorda: ROMA, 7 GENNAIO 1978 IL MASSACRO DI ACCA LARENTIA

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Il tempo per un funerale, l’ennesimo a Roma e, nel gelo di un inverno cupo, arriva il capodanno 1978. Il clima politico è ancora più tetro e raggelante di quello invernale e ne sanno qualcosa i ragazzi della sezione di via Acca Larentia, che il giorno dopo l’Epifania si ritrovano per decidere cosa fare alla riapertura delle scuole. La sezione è un povero stanzone chiuso da una saracinesca in un vicolo non transitabile dalle auto perché chiuso da una breve gradinata.

Una sezione di estrema periferia, come la Primavalle dei fratelli Mattei, una di quelle sezioni dove si esprime l’anima popolare e sociale della destra italiana: ben lontana dall’immagine borghese, capitalista, arrogante e becera che la stampa, come il cinema o la tv cercavano di darle. Una destra autentica, radicata nei problemi del proprio tessuto sociale; una destra capace di proporre un modello di economia basato sul lavoro e la partecipazione non sullo scontro sociale. In questo senso una destra che faceva molta più paura di quella “pariolina” (o “sanbabilina” a Milano). Questa destra, antagonista nella realtà popolare, che “per definizione” doveva essere di sinistra, andava sradicata con ogni mezzo. E quello scelto per Acca Larentia fu: la mitraglietta…
E’ sabato pomeriggio, si preparano i volantini per un imminente concerto a Roma degli Amici del Vento. Alle 18 i ragazzi escono per volantinare in piazza Risorgimento. In sezione restano solo cinque ragazzi : Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Vincenzo Segneri, Maurizio Lupini, Giuseppe D’Audino. Dopo venti minuti anche loro si apprestano ad uscire. In tre sono già fuori quando un commando di cinque o sei giovani, fra cui sembra di scorgere anche una donna, apre il fuoco su di loro. Franco Bigonzetti, colpito alla testa, cade davanti alla porta della sede. Francesco Ciavatta tenta di fuggire lungo la scalinata, raggiunto da una raffica di colpi si trascina per alcuni metri poi rotola giù dalla rampa. Vincenzo Segneri, benché ferito al braccio, riesce a rientrare in sezione e a chiudere la porta blindata.
“Gli assassini non sono ancora sazi di sangue – scrive Adalberto Baldoni in “Il crollo dei miti” (Settimo Sigillo, Roma, 1996) – si fermano davanti alla porta della sezione. Imprecano, bestemmiano poiché non sono riusciti ad ammazzare anche gli altri, prima di raggiungere una Renault 4 rossa, lasciare le armi nel bagagliaio e fuggire a piedi”. I soccorsi tardano ad arrivare. Bigonzetti, 19 anni, studente in medicina, figlio di un impiegato, è ormai senza vita, ma Ciavatta non ha ancora perso i sensi e rantola poche parole, prima di perdere i sensi tra le braccia dei suoi camerati. Morirà durante il trasporto in ospedale, aveva solo 18 anni, era figlio di operai e pochi mesi dopo suo padre, per la disperazione, si getterà dalla finestra della sua casa in piazza Tuscolo. La notizia della strage attraversa Roma come un fulmine. Decine e decine di militanti giungono da ogni parte della città. La tensione è al massimo. Polizia e carabinieri, che hanno effettuato i rilevamenti, confermano la dinamica bestiale dell’agguato. Nei volti delle decine di ragazzi accorsi sul posto c’è sgomento e una rabbia profonda, tanto terribile quanto impotente. Un operatore della Rai butta con disprezzo (o con colpevole distrazione) una cicca di sigaretta sulla macchia di sangue ancora fresco di Ciavatta. E’ la scintilla, volano pugni, calci, interviene la polizia. Urla, bastonate, lancio di lacrimogeni, un’auto dei Carabinieri viene presa a calci. Il capitano Edoardo Sivori impugna la pistola, tenta di sparare, ma l’arma s’inceppa. Prende allora la pistola dell’autista e apre il fuoco ad altezza d’uomo contro il gruppo di missini. Stefano Recchioni, 19 anni, militante della sezione di Colle Oppio, viene colpito in fronte. Morirà due giorno dopo, il 9 gennaio, all’Ospedale S. Giovanni dopo che, inutilmente, i suoi genitori si erano offerti di donare i suoi organi.
Nei corridoi dell’ospedale dove si sta spegnendo la sua giovane vita si consuma anche il dramma dei suoi camerati. Un dramma non scevro di amare conseguenze. La strage di quella notte s’inciderà, infatti, come un marchio di fuoco e il nome di Acca Larentia diventerà, per tutta una generazione, sinonimo stesso di martirio innocente e impotente. I colpevoli dell’agguato sono rimasti ignoti e liberi e ciò nonostante la rivendicazione firmata dai Nuclei Armati di Contropotere Territoriale e le confessioni di una pentita, Livia Todini, che portarono, nove anni dopo i fatti, all’arresto di Mario Scrocca, un infermiere che il giorno dopo essere stato interrogato dai giudici si tolse la vita in cella. Altri tre arrestati: Fulvio Turrini, Cesare Cavallari e Francesco de Martiis furono assolti in primo grado “per insufficienza di prove”, come pure Daniela Dolce, rimasta latitante.

 

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L’Italia di Destra ricorda: ROMA, 7 GENNAIO 1978 IL MASSACRO DI ACCA LARENTIAultima modifica: 2010-01-07T06:18:00+01:00da ereticus3
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